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LETTERA AI COLOSSESI
(3)

 

Premessa

Siamo tutti a conoscenza che il Papa ha indetto un “anno paolino” da celebrare tra il 28 giugno 2008 e il 29 giugno 2009, in occasione del bimillenario della nascita di S. Paolo. Anche se non conosciamo l’anno preciso, da qualche indizio si presume che egli sia nato tra il 5 e il 10 d. C. Ma, a parte la data precisa, è importante che il Papa abbia attirato l’attenzione della Chiesa sul personaggio e sull’opera di Paolo che conosciamo in gran parte dalle sue lettere, oltre che dagli Atti degli Apostoli. Pensiamo a tutto ciò che Paolo dice di sé, specie in quei cc. 10-13 di 2Cor che abbiamo letto: egli dice di avere fatto e sofferto tante cose per compiere con fedeltà la missione conferitagli da Gesù, ma non si vanta mai delle sue lettere… Eppure della sua opera apostolica, cioè delle chiese da lui fondate, rimane ben poco, mentre lo Spirito, che vedeva lontano, ha ispirato le sue lettere e ne ha fatto patrimonio insostituibile della Chiesa che continua ad attingervi fede, teologia, stimoli all’apostolato, indicazioni pastorali, oltre a preziose informazioni storiche. Ci rendiamo conto che queste lettere a volte sono di difficile lettura e comprensione, come riconosceva già… il primo Papa (2Pt 3,16); i brani che si leggono a volte nelle domeniche, sono alquanto trascurati nelle omelie, anche per la difficoltà spesso di sintonizzarli col tema del Vangelo. Comunque sia, il Papa ha creduto bene spingere la Chiesa a fissare l’attenzione su Paolo e catechizzare il popolo di Dio con la parola di questo impareggiabile maestro di vita cristiana. Nella nostra circolare noi ci stiamo “occupando” del nostro Padre S. Paolo già da qualche anno. Se abbiamo ancora dei vecchi numeri, questa può essere una buona occasione per riprendere la lettura di qualche lettera o brano, secondo le circostanze. In seguito, potremo anche indicare qualche libretto per entrare in contatto sempre più profondo con Paolo, che non è solo nostro protettore, ma il Padre e il vero Fondatore – secondo le parole di D. Alberione – della Famiglia Paolina. Nel 2008 ricorrerà anche il 50° anniversario della fondazione degli Istituti paolini secolari aggregati (28 febbraio 1958). Una ragione in

più per conoscere sempre meglio Paolo che ha valorizzato tanti uomini e donne che il Signore gli ha fatto incontrare per amplificare la missione affidatagli… come è avvenuto per D. Giacomo Alberione!
Riprendiamo, dopo la pausa estiva, la nostra lettura della lettera ai Colossesi, avviata nel numero di giugno-luglio (1,1-14). Ci troviamo ora di fronte a una delle pagine più alte e impegnative dell’epistolario paolino, paragonabile a Ef 1,3-10, e a Fil 2,6-11, cioè a una di quelle pagine in cui Paolo contempla il mistero della persona e dell’opera di Cristo ed esprime, sotto l’azione dello Spirito in parole umane ciò che egli sente dentro si sé. Queste pagine vengono chiamate anche “inni cristologici” perché hanno l’andatura letteraria e il ritmo della poesia. Il celebre “inno” di questa lettera (Col 1,15- 20) – inserito come cantico ai Vespri del mercoledì – ci offre un’altissima concezione di Cristo, presente già nelle prime generazioni cristiane. Forse Paolo riporta un inno – da lui composto o completato – in uso tra le sue comunità dell’Asia, e in questo caso lo ringraziamo di avercelo tramandato, soprattutto perché egli dà qui una delle più dense e complete risposte alla domanda fondamentale: chi è Gesù Cristo per il cristiano? È la risposta della fede autentica che, nelle comunità provenienti dal paganesimo, correva il rischio di essere alterata da idee estranee, derivate dalla cultura greca ambientale. La lettera non descrive queste idee, ma si tendeva a pensare che Dio esistesse del tutto isolato nel suo mondo talmente trascendente e spirituale, da non poter neppure immaginare che potesse venire a contatto con la materia del mondo creato, compreso l’uomo. E allora si immaginavano esseri spirituali intermedi, che si interponevano tra la divinità e il mondo creato, destinati a governare e occuparsi dei vari elementi dell’universo. E si prospettava l’idea che Cristo fosse uno di questi esseri intermedi, che venivano chiamati anche con i nomi riportati nell’inno al v. 17 (Principati, Signorie, Potestà…) e che Paolo nomina altre volte, anche come potenze ostili a Cristo (cfr. 1Cor 15,24; Rm 8,38; Ef 1,21; 3,10; 6,12;), almeno nel senso che distoglievano i cristiani dal vedere in Cristo il Figlio di Dio e l’unico salvatore. Paolo anzitutto afferma chiaramente chi è il Cristo di cui egli parla. L’ultima frase del v. 1,14, che introduce l’inno, e l’ultima frase di 1,20 che lo conclude indicano chi è il Cristo per ogni vero cristiano: secondo la primissima fede cristiana, egli è anzitutto “l’amato Figlio”, che ci ha redento donandoci il perdono dei peccati (1,14)… col sangue della sua croce (1,20), quindi il Gesù storico, in carne ed ossa col quale gli apostoli sono vissuti per anni, non un essere intermedio, imprecisabile. Le due parti di cui l’inno si compone, chiamate anche “strofe” esaltano: 1) la posizione di Cristo di fronte alla creazione (1,15-17 e anche la prima frase del v. 18); 2) la posizione di Cristo nell’opera della redenzione (1,18b-20). Le due strofe incominciano in modo simile con affermazioni fondamentali su Gesù: “Egli è l’immagine… il primogenito” (v. 15); “Egli è principio, primogenito…” (v. 18b).

1) Prima strofa (1,15-18a): la posizione di Cristo nell’ordine naturale della creazione

Questa prima strofa presenta l’aspetto che potremmo dire più originale della figura di Gesù, rispetto a quello che di solito ci viene in mente quando pensiamo a lui. Intanto è fondamentale il suo essere l’immagine, l’icona, di Dio Padre che nella Bibbia è per sé “l’Invisibile” all’occhio umano (“Dio nessuno l’ha mai veduto; l’Unigenito Figlio… ce l’ha fatto conoscere” dice Gv 1,18; e a Mosè Dio diceva: “Tu non potrai vedermi in faccia e rimanere in vita”, Es 33,20). Che Gesù sia l’icona di Dio significa anzitutto che in lui Dio Padre ci ha mostrato un’immagine di sé adatta alla nostra condizione, così che noi, ascoltando la sua parola, guardando i suoi gesti, e tutto il suo modo di vivere tra noi, potessimo vedere e comprendere chi e come è il vero Dio verso di noi. Ciò significa anche che in Gesù il Padre ci ha comunicato tutto ciò che voleva comunicarci e donarci, di se stesso: conoscenza, verità, amore, misericordia, progetto della nostra salvezza, una salvezza di noi come suoi figli, che come Padre intende recuperare e rendere felici per sempre in una vita simile a quella del Figlio suo risorto. Ma il testo fissa ora lo sguardo su Gesù come immagine di Dio e quindi su Dio che in lui si rivela a noi soprattutto nella sua onnipotenza e sapienza, in quanto creatore dell’universo in tutta la sua immensità e le sue meraviglie che l’uomo è ancora ben lontano dal conoscere completamente anche se conosce già molto di esso. Questo Figlio è detto “primogenito di tutta la creazione”: notiamo subito che Gesù è primogenito, cioè generato prima della creazione: solo lui è generato, e quindi uguale al Padre nell’eternità, potenza, sapienza, amore…; tutto il resto è creazione, opera che Dio realizza al di fuori di sé, creata da lui, che quindi ha un inizio ed esiste nel tempo. Ma più che la differenza tra tempo ed eternità, l’inno sottolinea soprattutto la preminenza, la dignità di Cristo su tutto il creato: il testo infatti prosegue precisando che questo “tutto” abbraccia cielo e terra, creature visibili e invisibili, come quelle potenze “angeliche” (Troni, Principati,…) che – come dicevamo – si immaginava governassero il mondo creato. In base a queste idee, erano anche venerate con atti di culto e con prescrizioni che comportavano digiuni e astinenze da questo o quel cibo (cfr. 2,16-18). Paolo farà… piazza pulita di tutto questo che proveniva in parte anche da convertiti dal giudaismo, affermando che tutto è creato e si mantiene nell’essere (ha consistenza) in Cristo, mediante lui e per lui. Solo Cristo infatti è la Parola onnipotente, creatrice e ordinatrice di Dio, il Logos-Parola, appunto come lo chiama Giovanni all’inizio del suo vangelo (1,1-3). L’AT aveva già in qualche modo intuito questa realtà in Dio quando, parlando della sapienza, l’aveva descritta come una realtà quasi distinta da Dio stesso, presente in lui prima della creazione come un architetto che prepara con cura e genialità il disegno dell’opera, prima di metterla in esecuzione (cfr. Pr 8,22-31; Sap 9,9; Sir 24,3-9). Cristo è l’incarnazione di questa Parola. Per questo all’inizio del v. 18 viene detto “È anche il capo del corpo”, cioè di quella immensa realtà che è l’universo, immaginata come un corpo, una realtà organica ben coordinata. Paolo afferma che è Cristo, ed egli solo, il capo di questo universo e che non vi sono altre creature o esseri intermedi di cui preoccuparsi o da rendersi propizi per la salvezza. L’espressione cioè della chiesa, sembra aggiunta, forse da Paolo stesso, dato che a lui era molto familiare.

2) Seconda strofa (1,18b-20): la posizione di Cristo nell’ordine soprannaturale della salvezza

L’ambito in cui è ancora più evidente il primato assoluto di Cristo è quello della redenzione, della nostra salvezza, come figli di Dio. Cristo è il principio, il primo dei “generati dai morti”, cioè dei risorti dopo la morte alla vita dei figli di Dio, di cui Cristo è non solo il primogenito, il primo della serie, ma è anche il principio, l’origine, la sorgente della nuova umanità dei figli di Dio che sarà modellata su di lui. Così in Cristo risiede la pienezza della divinità, sia rispetto all’opera della creazione che a quella della redenzione. In lui si condensa tutta la compiacenza del Padre che vuole realizzare ogni cosa con Cristo, nel Cristo e per il Cristo: a lui tende tutto l’universo naturale e soprannaturale come a una forza di attrazione e di coordinamento per cui ogni essere trova in lui la sua riconciliazione e pacificazione, la sua giusta e felice posizione nel tutto. Così Dio, il Padre, “riconcilia a sé” tutti gli esseri nel Cristo che nella sua incarnazione ha assunto in sé un corpo, la materia trasfigurata poi nella risurrezione, e un’anima spirituale umana, annunciando e realizzando un mondo da cui è eliminato il peccato mediante la sua morte di croce in cui ha sparso tutto il suo sangue. Il richiamo a “tutti gli esseri della terra e del cielo” è la formula comprensiva di tutta la realtà in cui Cristo è l’unico Signore assoluto senza alcuna interferenza. Nell’evento storico della croce Cristo ha espresso al Padre tutta la sua obbedienza, l’amore e il fiducioso abbandono in lui, che l’umanità gli aveva negato fin dalle origini: è questo il fondamento del primato di Cristo non solo in quanto egli personalmente ottiene la totale approvazione del Padre nella risurrezione, ma anche in quanto diviene causa di tale destino per tutti coloro che lo riconosceranno e che si affideranno a lui con fede.
I termini che l’inno usa in questa seconda strofa per caratterizzare l’opera di Dio a nostro favore, sono “riconciliarsi” e “fare la pace” (v. 20) e questo riguarda “tutti gli esseri”, perché il peccato entrando nel mondo ha inquinato tutto l’universo e tutti gli esseri che vi esistono. L’opera di Gesù allora non è solo una “redenzione”, intesa come salvezza dell’uomo dalla perdizione, ma come il ristabilimento della perfetta intesa e armonia con Dio, il Padre, che vuole comunicare ogni bene ai suoi figli in un mondo dove sia possibile quella pace e armonia che ora si può solo immaginare (il profeta Isaia ci ha provato; leggi Is 9,1-6 e 11,1-9), un mondo come è uscito dalle mani di Dio e che egli riporterà a quella condizione compiendo l’opera di Cristo. Non appena Paolo ha finito di stendere lo straordinario inno a Cristo, sembra che alzi gli occhi dal foglio (o dalla tavoletta) per rivolgersi direttamente ai cari fratelli di Colosse, agganciandosi al tema della riconciliazione: “Anche voi un tempo eravate nemici, lontani da Dio…, ma ora siete diventati cari a Dio, pienamente riconciliati nel sacrificio di Cristo…”. È spontanea la raccomandazione paterna a mantenersi saldi sia nella vera fede, senza dar retta a idee strane, sia nella speranza promessa nel vangelo già accolto in ogni parte della terra (Col 1,21-23).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Ho trovato un po’ difficile leggere e seguire con attenzione questo “inno cristologico”? Anche quando un brano è di carattere teologico e poco pratico di per sé, è sempre da meditare con attenzione come parola di Dio, cioè come parola nella quale Dio vuole dirmi qualche cosa, anche se non suggerisce niente di pratico.

2) Noi non abbiamo più da pensare a Troni, Principati…; ma quanti piccoli dèi cercano di attirare la nostra attenzione nel mondo, o quella di nostri parenti, familiari, conoscenti che si piegano a comportamenti poco cristiani (ormai tanti fanno così!). Mi sento impegnata alla preghiera e alla riparazione per questo abbandono del vangelo di Cristo per vivere come si vuole? (il relativismo di cui parla il Papa).

3) Meditando questo testo paolino – sarebbe meglio dire “contemplando” – mi sento portata a rinnovare con slancio e fede la mia consacrazione a Cristo, re e signore, maestro e pastore, di questa povera umanità, sentendomi parte del grandioso disegno di Dio che vuole avere anche la mia collaborazione per realizzarlo?

D. Antonio Girlanda ssp

 

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